SCONTI ESTIVI!

La mia prima pubblicazione “Della Morte, dell’Amore (e una confessione)” , per tutto il mese di agosto, sarà scontata!
Libro cartaceo – 20%
Ebook a 0,99
Ecco il link!:

https://alexbriatico.wordpress.com/…/della-morte-dellamore…/

Ma cosa c’è in questo beneamato libro? Racconti! Undici per la precisione.
Le tematiche sono già belle che spiegate dal titolo e l’ambientazione ben rappresentata dall’immagine in copertina.
I protagonisti verranno trascinati dalle vicende in un incedere di follia e dolore in un mondo dove il sole brilla solo dietro le nuvole.
Siamo tutti viandanti in questa terra di lacrime sembra voler raccontare uno dei personaggi, ma alla fine, dopo aver finito di leggere le loro storie, non rimane che polvere di parole fra le nostre dita e la speranza che, la nostra esistenza, navighi verso porti ben più luminosi.

UNA PICCOLA AVVENTURA ESTIVA DI QUALCHE ANNO FA

Era un’estate o almeno è così che mi piace ricordarlo perché, si sa, le avventure capitano d’estate.
Forse si è più felici.
O frivoli.
Oppure si è più intontiti e disarmati di fronte a certi attacchi.
Fatto sta che era, forse, estate,
Un’estate simile a questo, comunque. Continua a leggere “UNA PICCOLA AVVENTURA ESTIVA DI QUALCHE ANNO FA”

Cucinando Lovecraft

Ci sono modi e modi di parlare della letteratura e soprattutto di quella più cupa e agghiacciante, come ci sono modi e modi di scriverla.
Di leggera.
Di per sé anche pubblicarla.
Ma ci sono autori che sembrano più “aver visto” che voler raccontare una storia.
In questo gruppo abbiamo il nostro Howard Phillips Lovecraft e i suoi racconti, romanzi e appunti.

Continua a leggere “Cucinando Lovecraft”

OFF TOPIC, CITAZIONI, CLOUD ATLAS: I Confini sono convenzioni

“Sixsmith, salgo i gradini dello Scott Monument ogni mattina, e tutto diventa chiaro. Vorrei poterti far vedere tutta questa luminosità… non preoccuparti, va tutto bene, va tutto così perfettamente maledettamente bene. Capisco ora che i confini tra rumore e suono sono convenzioni. Tutti i confini sono convenzioni, in attesa di essere superate; si può superare qualunque convenzione, solo se prima si può concepire di poterlo fare. In momenti come questi, sento chiaramente battere il tuo cuore come sento il mio, e so che la separazione è un’illusione. La mia vita si estende ben oltre i limiti di me stesso…”

(Dal film Cloud Atlas)

DENTRO GLI OCCHI DELLA UNA BALENA BLU (Sesta parte)

Avevo ricevuto la prima comanda,
Avevo ricevuto la mia prima intonazione.
Avevo ricevuto la malvagia e deprecabile benedizione di quell’essere che ben poco aveva di ancora umano.
Quell’essere che chiamavo curatore.
Curatrice.
E la sua voce.
E la sua voce suadente e…
la sua voce suadente e malvagio.
La sua voce suadente e malvagia e…
E la sua voce…
La sua…
Dietro l’orecchio.
Cominciò dopo le prime intonazioni della litania.
La sua voce…
Ma non la sua, di lei.
Di lui.
Quell’essere.
Quel…
Era la voce quel rumore di insetti notturni.
Erano i suoi sussurri.
I suoi…
Dietro l’orecchio fin su nel cervello e per mettersi lì ad occupare tutto.
E non lasciar nulla se non un continuo bisbiglio scricchiolante.
Come se il mondo stesso fosse a scricchiolar.
Sotto il peso di qualcosa di troppo pesante da reggere.

Il giorno dopo.
Quel giorno.
Il giorno. Le briciole del tempo.
Il giorno dopo andai al lavoro e in qualche modo tornai.

Al mio ritorno, quando rientrai in casa, un odore di vecchio e stantio mi colpì in volto.
Lo stesso odore di quei pacchi.
Accesi la luce.
Tutte le pareti della casa erano state riempite da simboli e strani idiomi, caratteri di un tempo antico tracciati col nero di un carboncino.
Alla vista di quelle scritte blasfeme per un momento non caddi a terra, colpito da un senso di malore che saliva dalla bocca dello stomaco fin su.
Fermandosi dietro la bocca.
In gola.
Vomitai sul tappeto e infine mi lasciai andare a terra, contro il divano.

Guardavo i simboli tracciati sul soffitto della mia sala e sapevo di aver già visto quelle immagini da qualche parte.
Altrove.
E tornarono.
I sibili.
Lo scricchiolare nella mia mente.
Quel vociare in una lingua antica non pensata per un essere umano.
Mi ritrovai a bisbigliare le parole, se così possiamo chiamarle, che mi sovvenivano alla mente come sotto una dettatura crudele che obbligava la mia voce e la mia lingua a compiere sforzi sovrumani e pazzeschi per torcersi e pronunciare quegli abomini.
Ad ogni parola pronunciata, sentivo il mio peso farsi sempre più insostenibile e tirarmi giù verso il pavimento.
Attraverso il pavimento.
E giù verso le profondità.
Verso…

Mi rialzai combattendo contro il peso che mi impediva il movimento.
Quando fui in piedi tutto svanì.
Mi guardai attorno e cominciai a pulire il mio vomito.

DENTRO GLI OCCHI DELLA BALENA BLU (Quinta parte)

Non ci sono prove.
Né regole.
Non è un gioco malato inventato da un russo psicotico.
Ma un’iniziazione.
Un rito malvagio e antico.
Lo dico ora che ne sono certo e ho guardato con i miei occhi nel ventre del mare, dove le balena blu intonano i loro salmi antichi.

La vita cominciava a sfuggirmi di mano; lasciavo scorrere le ore lavorative come si fa scorrere un corteo funebre davanti a noi.
Impaziente e incurante.
Volevo qualcosa che andasse oltre quegli oggetti senza motivo e quelle frasi ambigue e minacciose:
volevo delle risposte.
Poco mi importava del reportage che avrei dovuto scrivere e, di lì a poco, consegnare; era la leva sulla quale facevo forza per svincolarmi dagli impegni e dalle riunioni.
Il mio “importante” lavoro.
Tutte le mie preghiere, la mattina dopo, furono esaudite.

Trovai una busta, nell’orrenda carta che avevo imparato a conoscere fin dall’odore.
All’interno un cd.
Una traccia audio.
La ascoltai.

Era una voce femminile, suadente e leggera, sussurrata e ipnotica; intonava una litania che non riuscivo a comprendere.
La voce, rimanendo sempre sottile, si abbassava di tono fino a diventare grave e profonda da farmi tremare il cuore.
La registrazione si interrompeva di colpo per poi riprendere con quella stessa voce che parlava.
Sembrava parlare a delle persone e non si comprendeva il senso del discorso. Solo qualche parola rimaneva facilmente comprensibile.
Poi la registrazione si interrompeva di nuovo.
Un suono inquietante che ricordava il pulsare di un cuore, ma più viscido. Bagnato.
Lo schioccare di una lingua sul palato intriso di saliva.
Per qualche secondo silenzio.
Ancora il suono.
Poi silenzio.
E di nuovo la voce.
E poi ancora il suono.
La litania.
Ed infine, di nuovo, la voce ma questa volta chiara e limpida che parlava a me.

Charles Scott.

Era il mio nome e sentirlo pronunciare mi fece trasalire.

Gli occhi ti osservano. Il rito è iniziato. Se VUOI vivere dovrai fare quello che ti dico io.
Pronuncia le litanie ogni mattina e ogni sera, prima di alzarti e prima di andare a dormire. Non importano le parole, sono i suoni, la musica, quello che importa. Ascolta queste registrazioni e ripetile. Ogni mattina e ogni sera. Fallo davanti la pietra che ti ho donato. Quando, durante la giornata, ti sentirai osservato canta le litanie. Se vorrai vivere ascolta la mia voce. E’ l’unico modo che hai per distinguerti dalle prede dell’olocausto. Fai questo per sette giorni e poi tornerò da te. Ti osservo.

La registrazione finiva lì. Non c’era nient’altro.
Riascoltai le litanie cantate da quella voce e mi resi conto che era come se andassero nel senso contrario ai canti delle balene. Come se facessero due cose una contraria all’altra. I toni erano bassi e la melodia meccanica. Nervosa.
Presi la pietra e la poggia sul tavolo in sala e cominciai a ripetere le litanie in modo incerto e impreciso. Appena ebbi finito provai la sensazione pulsante di essere osservato e di avere pesanti artigli che sfiorassero la mia pelle.